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FEDERICO BAROCCI, “Natività”, 1597. Museo del Prado, Madrid
Federico Barocci è stato uno dei pittori di maggior successo della seconda metà del Cinquecento. Ha goduto di immensa popolarità e ha esercitato una grande influenza sull’arte del suo tempo. Fra i suoi estimatori e committenti vi erano il papa, l’imperatore, il re di Spagna, il granduca di Toscana.
La luce che investe questa Natività proviene da una fonte luminosa - forse da una lanterna posta di lato, a destra - esterna al dipinto. Illumina in primo piano la figura di Maria inginocchiata. L’atteggiamento della Madonna è di stupore, l’espressione è commossa. Avvolto nei suoi panni il bimbo, dai lineamenti armoniosi e quieti, giace sul coperchio, cosparso di paglia, di una cassapanca (si noti il battente della serratura sul lato destro). Ha il viso rivolto verso la madre. In alto si intravvede la rastrelliera con il fieno e di lato, appena sfiorati dalla luce, le teste del bue e dell’asino; in basso a sinistra, un sacco con del pane poggiato contro un gradino su cui è posto un cesto. Giuseppe, che emerge dalla penombra con quel suo mantello che capta la luce, è girato di spalle: sta parlando con i pastori, affacciati all’uscio in fondo alla stalla (vi fanno capolino anche le pecore) e indica loro con il braccio teso e il dito puntato il luogo dello straordinario evento. Tutto qui. Il resto è ombra e penombra, effetto con cui il pittore riesce a creare quell’atmosfera di fiaba che caratterizza il dipinto. Lo splendore dei colori e la soavità della scena sono lì a dimostrare quanto sia giustificato il successo tributato al Barocci dai suoi contemporanei. Il dipinto era stato donato da Francesco Maria II Duca di Urbino alla Regina di Spagna.
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Federico Barocci nacque a Urbino nel 1535 in una famiglia di artisti: il bisnonno milanese Ambrogio, scultore, si era trasferito a Urbino per lavorare alla decorazione del Palazzo Ducale; il padre di Federico, Ambrogio anch’egli, era un abile orologiaio e incisore di gemme, ed è con lui che Federico imparò a disegnare. A 14 anni fu mandato a Pesaro presso lo zio Bartolomeo Genga, architetto del duca Guidobaldo II della Rovere, con il quale studiò geometria, prospettiva e architettura.. Ritornato a Urbino, cominciò a ricevere le prime commesse. All’età di vent’anni volle andare a Roma, dove fu ospitato da un altro suo zio, maestro di casa del cardinale della Rovere: il cardinale divenne ammiratore del giovane artista e gli commissionò dei dipinti. Poi ritornò a Urbino, ma per poco tempo perché richiamato a Roma per la decorazione del Casino di Pio IV. Qui fu colpito da una grave malattia intestinale che continuò a tormentarlo per il resto della sua vita. Si diceva che era stato avvelenato da colleghi gelosi. Chissà…. I medici gli consigliarono di tornare a Urbino dove l’aria era migliore e così fece. Qui continuò a lavorare, ma perse il contatto con i grandi committenti. Questa fu una delle ragioni che ne oscurarono il successo: i committenti rimastigli fedeli erano chiese ed enti religiosi ubicati in località remote, per cui le sue opere erano destinate a sedi appartate, poco visitate, dove in parte si trovano ancora oggi. Ed è questo uno dei motivi per cui egli ha dovuto attendere la fine dell’800 perché gli fosse riconosciuto il merito che gli spettava. Il duca d’Urbino attesta, nel suo diario, che le facoltà del Barocci non subirono alcun offuscamento né con l’età né a causa del le sue precarie condizioni di salute. Casomai era un esecutore lento: usava un metodo di lavoro molto complesso che comportava centinaia di disegni e di studi preparatori, e una complicata tecnica di finitura. Era ammirato non solo da artisti del Seicento del calibro di un Rubens e di un Van Dyck, ma anche da artisti del ‘700 rococò, specialmente in Francia e in Germania. Va osservato che né lo stile né i temi dei suoi dipinti riflettono le sue pene fisiche e psicologiche. Egli era un uomo profondamente infelice. Eppure le sue pitture, con quei colori solari, quelle immagini serene, devote, non lascerebbero mai supporre un’esistenza tanto tormentata. Invecchiò soffrendo, e si spense a 77 anni.
Riproduzione immagine: Stefano Riva La Biblioteca Comunale di Valsolda augura Buone Feste!
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