|
LORENZO LOTTO, “L’Adorazione dei Pastori”
Olio su tela, cm.167 x 140
Questo magnifico dipinto è stato esposto in una mostra organizzata di recente dalla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia (vedi bibliografia). In questa occasione si è anche confermata l’attribuzione del dipinto a Lorenzo Lotto, la cui firma e datazione “L. Lotus 1530” è stata scoperta all’interno dell’intreccio di vimini, che fa da bordo alla cesta in cui è adagiato Gesù Bambino.
Il centro del dipinto è il bimbo sdraiato nudo nella cesta, che agita le braccine per riuscire ad accarezzare il muso della pecora portatagli in dono, una scena di avvincente spontaneità. Al lato di questa scena centrale si collocano due gruppi: a sinistra Maria inginocchiata sul bordo della cesta in atteggiamento di adorazione; dietro di lei Giuseppe, appoggiato al bastone, con lo sguardo rivolto verso il neonato. A destra due pastori, uno dei quali tiene in braccio la pecora e, dietro di essi, due angeli che poggiano affettuosamente la mano sulle loro spalle. Il fondale è occupato per due terzi dalla parte bassa di un edificio in muratura – qui utilizzato come stalla – a cui si accede attraverso un’apertura ad arco. Un minimo di luminosità è fornito da una finestrella sul fondo, con lo scuro aperto. La costruzione è troppo pregiata per essere nata come stalla: come in altri dipinti dell’epoca rappresenta ciò che resta del tempio pagano, tempio destinato a crollare del tutto con l’affermarsi del cristianesimo. Vi è appoggiata tutt’intorno una tettoia in paglia, visibile sul lato sinistro dell’edificio. Nella parte superiore del dipinto e lungo il lato alto della finestrella si scorge parte del bordo di questa tettoia. Un terzo del fondale, dalla parte sinistra, è aperta sul cielo che si sta rischiarando. Le nuvole sono illuminate dal sole basso sull’orizzonte, la cui luce investe anche il gruppo dei personaggi raccolti attorno al bambino. Due figure si stagliano contro il cielo aperto, e sembrano un po’ come escluse dal gruppo: Giuseppe, al quale, in quel particolare episodio, è assegnato un ruolo di secondo piano, e l’asino, simbolo di un popolo, quello ebraico, che non riconoscerà in Gesù il Messia. Il bue invece, inserito al centro del gruppo, in penombra, rappresenta il popolo dei pagani ancora all’oscuro, ma pronto a convertirsi alla nuova fede. Quello che colpisce in quest’opera, oltre l’eccelsa qualità pittorica, è l’abbigliamento: Maria ha il capo coperto da uno scialle bianco che le cade sulle spalle, creando un panneggio morbidissimo; la veste di un rosa cangiante è in forte contrasto con il blu scuro del mantello. I pastori indossano farsetti di velluto e candide camicie, e si presentano con la barba curatissima. Gli angeli sembrano ragazzine pettinate alla moda, e lasciano intravedere colletti di fine fattura. Perfino Giuseppe veste un ricco mantello di lana rossa di cui si percepisce la morbidezza. Infine il bambino giace sì nella cesta, ma adagiato sopra un lembo del manto della madre, a sua volta coperto da un lenzuolino bianco sistemato ad arte ma con naturalezza. La perizia di Lorenzo Lotto sta proprio nel saper comunicare all’osservatore la qualità dei materiali: lo si nota pure nella resa del pelo di lana della pecora e nella finezza delle ali degli angeli. Cercando una spiegazione a questo particolare aspetto del dipinto, si è indagato sulla committenza. Sembra che i committenti siano stati certi fratelli Gussoni: questi sarebbero ritratti nelle persone dei due pastori, le loro figlie nelle figure degli angeli e la loro madre nelle sembianze di Maria. Che si tratti di un ritratto di famiglia dal vero è confermato dal nobile bresciano Paolo Brugnoli, che nel 1826 pubblicava una “Nuova Guida di Brescia”, nella quale, a pag. 216, avvalorava questa tesi. Del resto la famiglia veneziana dei Gussoni ricopriva, a quell’epoca, importanti cariche pubbliche, possedeva palazzi e una bellissima cappella nella chiesa di San Lio a Venezia. Ma ai comuni mortali, soprattutto se buongustai, sarà forse più nota per aver divulgato, nel XV sec., la ricetta dei famosi “Gussoni”, squisiti panzerotti ripieni di verdure, piatto tipico del Ravennate allora dominato da Venezia.
LORENZO LOTTO nacque a Venezia intorno al 1480, e fu educato all’arte dal pittore Alvise
Vivarini che vi teneva una grande bottega e dal celebre Giovanni Bellini. Si trasferì a Treviso nel 1503, ne prese la cittadinanza e vi restò fino al 1506. Passò a Bergamo, Brescia, Jesi, Recanati e Ancona, disseminandovi le sue opere e diffondendo attraverso di esse le novità della pittura veneziana. Nel 1555, già in avanzata età ed essendo per natura portato all’ascetismo, si trovava come oblato nella Santa Casa, a Loreto, e vi moriva nel settembre del 1556. Ebbe grande fama già da vivo. I suoi ritratti sono psicologicamente penetranti e allo stesso tempo di finissima eleganza. Rivelano, insieme alle opere a soggetto religioso, la grande capacità che egli possedeva di creare un’infinita gamma di sfumature di colore, e di toccare le corde dell’emozione con le sue inquadrature particolarmente suggestive.
Bibliografia: - Catalogo mostra “Da Raffaello a Ceruti. Capolavori della Pinacoteca”, 2005. - Città di Brescia, “La Pinacoteca Tosio e Martinengo”, 1931. - Bernard Berenson “Lorenzo Lotto”, pp. 99-100, Electa Ed., 1955
Riproduzione a colori da “Capolavori nei Secoli”, vol.VI, pag. 67, ed. Fabbri: - Stefano Riva
|